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VOGLIO GUARIRE VERAMENTE si…..n0…..forse

Tempo di lettura 7 Minuti

La difficoltà del cambiamento e di come spaventi la mente è stata già affrontata in altri articoli (se non li avete letti…..una sbirciatina non fa mai male), in questo articolo però vorrei concentrarmi su quello che in psicologia viene definito tornaconto secondario della malattia, cioè come, in alcuni casi, la malattia serve o la mente pensa che le serva……e quindi voglio guarire veramente?

Ricordo una signora arrivata nel mio studio alcuni anni fa, pervenuta già con il pacchetto completo dal neurologo, cioè farmaci e diagnosi di depressione. Molto spesso mi arrivano con farmacologia e diagnosi alla mano da altri professionisti…..e alcune volte è difficile lavorare, soprattutto quando non sono d’accordo sulla diagnosi iniziale, ma di questo ne parleremo magari in un altro articolo totalmente dedicato alla comunicazione tra figure professionali.

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Comunque, la signora arriva e reclama tutti i sintomi della depressione, si….hai letto bene reclama, perché alcune volte i pazienti sono già così convinti della loro etichetta che vogliono semplicemente una assoluzione e non una soluzione. Cioè qualcuno che dica loro, o meglio che dica agli altri che stanno loro intorno che la situazione è grave e che quindi devono accudirla e coccolarla come un pisello del bacello.

In effetti la signora corrispondeva al profilo, su questo non c’era dubbio, ma fin da subito avevo avuto la sensazione che in quel profilo tutto sommato ci stesse bene…..male, ma bene.

Come di rito mi è stato raccontato come stava in quel momento, come tutti erano molto preoccupati da quando era entrata in depressione e di come tutti volessero con tutto il cuore la sua guarigione. Cose assolutamente vere!

Ma…..e c’è un ma, l’afflizione del marito e della figlia che accompagnavano la signora erano veramente troppo sentite. Non fraintendetemi, non voglio dire che di solito i parenti delle persone depresse sono delle carogne dispotiche, ma è innegabile che la depressione del componente di una famiglia portare a un radicale cambiamento delle dinamiche interne, dei ruoli, della quotidianeità stessa della famiglia; e tutto ciò un po’ di incazzatura e rancore lo porta.

Quando mi trovo di fronte a dei familiari senza un fil di incazzatura, tanto per intenderci, divento un po’ sospetta.

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Dottoressa lei è una cinica sospettosa, riesce anche a dubitare delle belle famiglie che di fronte alla malattia si uniscono e fanno scudo. Questa era solo una brava famiglia che voleva bene alla loro parente depressa” .

 Tutto vero, ma quello che non c’è alcune volte è più importante di quello che c’è nel capire a fondo le dinamiche emotive, comprensione indispensabile per potersi muovere in modo funzionale nell’impostare il lavoro terapeutico. E qui c’era poca incazzatura.

Ma allora che cosa poteva mai significare quella poca incazzatura? Che indice mi può dare del sotteso emotivo, delle dinamiche relazionali della famiglia? Che prima della malattia non era così.

Ho chiesto infatti come fosse la signora e la famiglia prima della malattia e mi viene fatta la descrizione di una superdonna che wonderwoman scansate proprio: lavorava a tempo pieno e in contemporanea a casa si prendeva cura della mamma e della sorella malati, andava a prendere i nipotini da scuola e li teneva fino a quando i figli non tornavano da lavoro, manteneva linda e splendente una casa grande facendo anche l’orto, totalmente autonoma e indipendente in tutto schizzava come una pallina da flipper.

Tutto ciò fino alla morte della mamma e della sorella, morti dolorose ma inevitabili che l’hanno portata a essere più libera e sollevata……, ad aver meno stress .….invece si è ammalata.

Qui si potrebbe pensare che in questo contesto di iperlavoro la signora a un certo punto, un po’ per i due lutti e un po’ per la grande fatica accumulata negli anni non abbia più retto ed è crollata. Assolutamente tutto giusto.

E che la famiglia vedendola crollare, si è unita intorno a lei per finalmente aiutarla ( parole della signora dette molto velocemente e sottovoce). Assolutamente tutto giusto…….soprattutto il FINALMENTE che a questo punto diventa la parola chiave.

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Perché finalmente è la parola chiave per impostare il percorso terapeutico? Perché se io lavorassi solo sull’elaborazione del lutto, usando tutte le strategie cognitivo comportamentali che conosco per aiutare la signora ad uscire dalla depressione, oltre a metterci un bel po’ di tempo, probabilmente rimarrei incastrata in una sorta di boicottaggio sotterraneo del percorso; cioè la signora sta un po’ meglio, ma pochino, non troppo, si impegna ma proprio non ce la fa…….e ci vuole tempo. Quanto tempo non si sa!

Vediamola dall’ottica del FINALMENTE 

Mentre la signora faceva la contorsionista araba con mille impegni, quando dispensava aiuto a otto mani come la dea Kalì, ma il resto della famiglia dove era?

Tutti impegnati a lavorare, a studiare, e altre centomila spiegazioni. Ma anche la signora lavorava, e guardava due infermi, e curava i nipoti, e mandava avanti una casa…..l’orto, non ci dimentichiamo dell’orto da cui mangiavano tutti e mai nessuno a dare almeno una zappatina, però buoni gli zucchini a km zero e senza conservanti e soprattutto gratis e magari già cucinati.

Se partiamo da questo punto, allora si da voce a ciò che ha trasformato un lutto, o un crollo fisiologico da superlavoro in una depressione: adesso mi ammalo e la spurgate tutti quanti, ora arriva il mio turno!

Vi sembra una visione troppo esagerata? Pensate veramente che l’inconscio non cerchi di dare voce alle emozioni represse, soprattutto rabbia, frustrazione. E lo fa mica in modo intelligente e funzionale.

Il pensiero e l’emozione di fondo sono:” voglio smettere di fare centomila cose per gli altri e voglio che gli altri finalmente si occupino di me”, perfetto…..una bella depressione invalidante fa proprio al caso, così non sei più in grado di far nulla e tutti ti devono dar retta. Ecco come risolve i problemi la mente!

Non dico che tutto questo sia un progetto diabolico studiato a tavolino, quasi sempre la parte conscia della persona nemmeno se ne rende conto, anzi vuole veramente guarire e tornare come prima. Lo dicono tutti, tornare come prima.

E su questa affermazione inizio subito a lavorare in modo subliminale dicendo:” assolutamente no, meglio di prima. Il prima è passato, non torna più, cerchiamo una nuova e migliore felicità”.

Questo per aiutare l’inconscio a mollare l’osso sulla malattia, che anche se in modo devastante ha finalmente dato alla signora ciò che veramente e profondamente desiderava. Ed ecco perché il cambiamento e la guarigione risulterebbero difficili se non si prendesse in considerazione questo fondamentale aspetto.

Dottoressa, vorrà mica dire che è colpa della famiglia se la signora si è ammalata, e poi è colpa della signora se non guarisce?”.

Ma non è una questione di colpa, la colpa è una visione molto cristiana della vita, però si può parlare di responsabilità, e non c’è cambiamento se non ci si assume la responsabilità delle proprie emozioni, anche quelle inconfessabili.

Aiutare la signora a capire che si può creare un futuro diverso e migliore del passato, in cui lei non deve per forza immolarsi per la famiglia…sarà un punto di partenza.

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Voglio guarire veramente?

Ricordate che a inizio articolo si è parlato di tornaconto secondario della malattia? Ebbene, aiutare la signora a capire che non ha bisogno della malattia per poter finalmente essere al centro dell’attenzione della sua famiglia. Che non vale la pena ammalarsi perché si reprime qualche emozione, pensando che questa sia inaccettabile da provare nei confronti della propria famiglia.

Aiutare la signora a capire che è sempre pericoloso lasciare che l’inconscio trovi soluzioni bislacche a desideri di cui non si è nemmeno consapevoli……..fa si che la terapia vada a buon fine in tempi ragionevoli, salvando signora, famiglia, ed evitando ricadute perché una volta smascherato l’inconscio, si impara che quello non è il modo migliore per risolvere i problemi e in contemporanea si impara veramente ad ascoltarsi e a prendersi cura di sé stessi.

Della serie tutto bene quel che finisce bene, con il giusto tempo la signora ha trovato un nuovo futuro equilibrato tra i suoi bisogni e quelli dell’intera famiglia, lo stesso la famiglia e lo stesso l’orto di cui ho avuto la possibilità di mangiare gli zucchini.

Morale: chiedersi sempre a cosa serve la malattia e se si vuole veramente guarire oppure qualcosa rema contro.

Prima di ogni tecnica, di ogni strategia…..capire questo evita di iniziare bene e fallire miseramente in qualsiasi tipo di percorso terapeutico di qualunque genere.

Dobbiamo avre della propria mente, sede dei pensieri, e del proprio cuore, sede delle emozioni. La dissonanza tra pensieri ed emozioni crea il terreno fertile per qualunque malattia. Questa è l’unica verità.