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N0N CHIAMATEMI GUERRIERA

Tempo di lettura 6 Minuti

Tu sei forte, sei una guerriera, vedrai che ce la farai, combatti sempre, mai arrendersi, ma no no no no….N0N CHIAMATEMI GUERRIERA!

Quante volte mi sono sentita dire frasi di questo tipo, così tante che se solo mi fossi fatta dare un centesimo a volta, la crociera per le vacanze me la sarei pagata.

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Lo so che è una tipica frase che si dice, mista tra un goffo tentativo di empatia e un spacchiamo il culo ai passeri benaugurale. E poi, a qualcuno che ha il cancro che puoi dire senza cadere nel ridicolo? ” Dai speriamo che muori in fretta così non soffri” ,oppure “Tanto prima o poi dobbiamo morire tutti”, non so.

Mi ricorda mia nonna che quando veniva a sapere che qualche conoscente era morto diceva “ma era vecchio!” e se le facevi notare che era addirittura più giovane di lei, da grande nobildonna meridionale faceva le corna e mi rispondeva “t’aggià scì picca an culo, moro qunnu chillu me chiama e priu che se n’è scurdutu”.

Per i non nobili del nord la traduzione suona più o meno così: ti devo finire in culo a te (ho detto che era una nobildonna e fra l’alta società è una espressione scaramantica), muoio quando quello lassù ( vaga….non era devota ad una sola entità, spesso le mescolava) mi chiama e prego che se ne scordi.

Cosa c’entra tutto questo?  Semplicemente a dire che nessuno è pronto a morire, ma è anche vero che per non morire non bisogna per forza scendere in guerra. Prima di tutto perché io personalmente ne avrei fatto volentieri a meno, non ho questa marcata vena belligerante o il profondo desiderio di essere una eroina che combatte contro IL MALE……ma poi quale male!

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Sembra un alieno, una forza oscura che è entrata nel mio corpo e che mi mangia da dentro. Adesso non so se sentirmi malata, guerriera, stuprata o posseduta da demonio. Con una immagine mentale come questa come si fa a guarire senza schiattare prima di panico e paura.

Però se non è avvenuta questa invasione degli ultracorpi, allora vuol dire che mi sono ammalata, quindi sono una vittima…..quindi per qualcuno è meglio essere guerriere che vittime.

Ma è proprio così? Esistono veramente solo due posizioni?

No, in realtà nella mia personale indagine condotta sulla percezione della malattia dalla società, c’è anche una terza visione, una terza fazione, meno espressa ma molto molto condivisa quando il malato non è presente.

Ricapitoliamo: guerrieri, vittime e……….colpa tua!

Me lo ha detto per la prima volta un conoscente quando ha saputo che avevo la leucemia, ha sentito una mission divina e ha cercato di salvarmi da me stessa rivelandomi che la malattia l’avevo voluta io.

In quel momento mi sono chiesta se questo enorme potere funzionasse anche per procura tipo “muori bastardo muori”. Sembra di no, però forse non ho approfondito bene.

Sbollentata la rabbia, ho cercato di capire cosa volesse dire questa terza parrocchia e dopo mooooolta fatica mi sono resa conto che quella frase così fastidiosa e detta in quel modo brutale in realtà era il bignami del bignami del bignami tradotto in Klingon attraverso un telefono senza fili………di una scomoda verità.

Passo indietro necessario: c’è una abissale differenza tra responsabilità universale e colpa cristiana. Esempio, se una mattina esco di casa e giro a destra prendendomi in faccia un tir, NON E’ colpa mia, ma E’ mia responsabilità perché inconsapevolmente ho deciso di uscire di casa e di girare a destra piuttosto che a sinistra. E sottolineo mille volte inconsapevole.

Ma all’essere umano se parli di responsabilità, la scambia sempre per colpa e la prende piuttosto sul personale, arrabbiandosi.

Come la malattia può essere responsabilità? Innanzitutto, tutto ciò che entra nella mia consapevolezza è mia responsabilità (che non vuol dire “allora lo sterminio dei monaci buddisti in Tibet è colpa mia solo perché l’ho letto? Nooooooo), ma così la prendiamo troppo alla lontana.

La malattia è la manifestazione di un disequilibrio di corpo/mente/anima, se rimaniamo in disequilibrio per molto tempo senza nemmeno averne coscienza, e se c’è anche una base genetica, e c’è anche una base ambientale, e a tutto questo aggiungiamo lo stress, ecco che abbiamo la malattia.

Alla fine, delle tre parrocchie quella che mi infastidiva di più è quella che percepisco più in sintonia e che accettata mi rende ancora più ostiche le altre due.

Se la malattia è mia responsabilità posso imparare ad affrontarla.

Posso acquisire le competenze che mi servono per modificarla, guarirla o anche accettarla; tutte cose che non posso fare se tutta la mia energia è occupata in un meccanismo di sopravvivenza in una guerra che ho deciso io. Se vado in guerra odio, distruggo, provoco dolore e con queste emozioni basse come posso creare benessere, amore, equilibrio.

Magari mi va da culo e guarisco, ma uscendone con le ossa rotte e a che prezzo? Trovando macerie intorno a me ed una vita personale cristallizzata mentre tutto il resto del mondo va avanti ed io me lo perdo. Lo dico perché lo so, perché è stato il primo metodo che ho utilizzato e mi stavo autodistruggendo e distruggendo tutto intorno a me.

E se non mi va da culo e muoio, ho perso gli ultimi momenti preziosissimi che avevo per amare ed essere amata, per creare meravigliosi ricordi per coloro che restano e tutto questo perché ho imbracciato una lotta con una manifestazione cattiva dentro di me. In ogni caso vengo fuori da schifo!

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Quindi no, N0N CHIAMATEMI GUERRIERA.

Ma se non combatto che faccio? La vittima? E no, peggio, perché la vittima subisce passivamente, sta lì in un angolo come un topolino di laboratorio che non osa nemmeno più reagire. Le vittime muoiono e basta, e di solito muoiono male.

Se poi non si è vittima, ma si fa la vittima, allora la malattia non è un problema, anzi, paradossalmente è in un modo patologico la soluzione di tutta una serie di frustrazioni di vita che trovano finalmente un fine e uno scopo. Ma allora in questo caso dalla malattia si vuole veramente guarire? Di certo no, ma nemmeno morire………

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Riassumendo: non sono una guerriera, non sono una vittima e non faccio nemmeno la vittima.

Allora ho deciso che faccio la RESPONSABILE. Io sono responsabile di essere felice con o senza malattia. Mi prendo cura di me, corpo, mente e anima, creo la mia realtà piena ed appagante e me la godo fino all’ultima goccia che avverrà esattamente al momento giusto, né un attimo prima, né un attimo dopo. Ma la decisione del preciso attimo della mia dipartita non è e non sarà mai mia responsabilità, su questo MI AFFIDO.

Si perché essere responsabili è la chiave di volta per comunicare con la malattia e vivere appieno la vita, ma imparare a d affidarsi è la via per accettare l’ineluttabilità della morte, che essa arrivi sottoforma di IMPERMANENZA e quindi di cambiamento continuo o come la MIA MORTE.

Ma questo sarà argomento certo di un altro articolo.