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LA PAURA DELL’ABBANDONO

Tempo di lettura 7 Minuti

Nella prima infanzia ognuno di noi affronta la paura dell’abbandono, quello che è un passaggio dalla dipendenza biologica a quella affettiva; il bimbo dipende totalmente dal genitore per la sua sopravvivenza, ma si innesca anche un meccanismo emotivo che se non superato adeguatamente e canalizzato in modo corretto, in età adulta darà vita ad una vera e propria paura abbandonica, invalidante nella crescita dell’autostima e della personalità dell’individuo.

Nel secondo semestre di vita si sviluppa la paura di separazione, che al suo interno configura paure di tipo abbandonico, per cui qualsiasi allontanamento da persone, da luoghi ed oggetti conosciuti diventa difficoltoso. Da qui derivano le scene strappalacrime di bimbi che si aggrappano ai genitori quando vengono portati all’asilo e conseguente sceneggiata teatrale nel momento in cui li vedono allontanare. Spesso poi la scena finisce lì, il bimbo trova qualcosa da fare e se ne dimentica, mentre il genitore si ritrova in macchina, solo, a piangere e a pensare che per colpa sua il figlio diventerà un serial killer.

Genitori tranquillizzatevi, se affrontata in modo adeguato, è una tipica fase evolutiva, se tutto va bene il vostro figlioletto svilupperà un normale attaccamento e sarà in grado di affrontare distacchi, perdite e lutti con una giusta sicurezza interiore, avendo a disposizione delle adeguate risorse personali.

Ci sono però situazioni in cui qualcosa va storto, e una persona sviluppa una vera e propria sindrome dell’abbandono. Queste persone non si sono sentite sufficientemente protette e contenute e quindi non hanno sviluppato “quella base sicura”, come diceva Bowlby, che consentirebbe di sentirsi stabili e sicuri dentro di sé, padroni delle proprie risorse.

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Le persone che soffrono di questa sindrome hanno una continua percezione del vuoto, di fragilità interiore, hanno una grande paura di restare da sole  e vivono questa possibilità come una vera e propria morte. Ciò che temono di più è la solitudine e per questo motivo spesso si impegolano in situazioni e relazioni che sono cronache di una morte annunciata, ma che sono comunque sempre preferibili ad un abbandono che non saprebbero come gestire.

E di tutto questo rimango solo io,

un povero bambino abbandonato,

 che nessun AMORE ha voluto come figlio adottivo,

e nessuna AMICIZIA come compagno di giochi.

Fernando Pessoa

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SEGNALI DELLA PAURA DELL’ABBANDONO

Non è sempre facile distinguere i segnali che caratterizzano questo disturbo, tuttavia si possono identificare schemi ed atteggiamenti che molto spesso vengono messi in atto da queste persone e che possono essere identificabili:

·       Ipercontrollo: il bisogno incessante di tenere tutto sotto controllo e soprattutto l’oggetto del desiderio, purtroppo creando di conseguenza l’effetto contrario, in quanto più una persona viene controllata, più sentirà il bisogno di sfuggire.

·       Ricatto emotivo: si cerca di far sentire l’altro responsabile del nostro star bene e del nostro star male, si carica l’altro di una tale responsabilità che di nuovo si spinge l’altra persona a sentirsene schiacciata, fagocitata qualunque cosa faccia.

·       Vittimismo: si sviluppa una dipendenza affettiva tale, per cui si assume il ruolo di vittima per far pena e attivare meccanismi di protezione negli altri.

·       Manipolazione: si sviluppa la capacità di influenzare gli altri ed indurli a modificare pensieri e comportamenti facendo sì che le loro scelte vadano a vantaggio del manipolatore e dei suoi bisogni.

Oltre a queste caratteristiche di base, si possono identificare anche alcune peculiarità nell’atteggiamento di persone con una sindrome abbandonica:

·       Rabbia repressa

·       Attacchi d’ira

·       Ipersensibilità al giudizio

·       Paura di non essere ascoltato /capito

·       Paura di prendere posizioni nette o al contrario essere troppo dicotomici

·       Difficoltà a prendere decisioni e chiedere continue rassicurazioni o al contrario non dare retta a nessuno

·       Difficoltà a lasciare il partner o addirittura attivare un meccanismo di coazione a ripetere dello stesso abbandono percepito come inevitabile.

Negli ultimi punti ho descritto come appartenenti alla stessa sindrome comportamenti totalmente agli antipodi, come è possibile? Semplice, secondo la Schema Therapy, uno schema comportamentale che si è creato nei primi anni dell’infanzia (in questo caso uno schema abbandonico) può essere manifestato in tre modi:

1.   LO SI SPOSA: quindi si manifestano tutte le caratteristiche tipiche che rappresento quel determinato schema…..nel nostro caso abbandonico.

Non c’è paracadute nel pozzo senza fondo dell’abbandono

Alessandro D’Avenia

2.   CE NE SI OPPONE TOTALMENTE: si adottano strategie e comportamenti totalmente opposti allo schema, lo si nega e si adottano comportamenti opposti a quelli identificativi. Per esempio nel caso dello schema abbandonico si può adottare un atteggiamento in cui si lascia per primi la relazione convinti che tanto l’altro lo avrebbe fatto e lo si sta solo battendo sul tempo. Oppure invece di voler essere rassicurati sulle nostre decisioni si tende a non dar retta a nessuno ed essere violentemente bianco o nero in quello che si fa, e tanti altri esempi.

La paura dell’abbandono fa fare cose assurde,

che per paura di sentirsi dire addio un giorno,

lo si pronuncia per primi.

Giulia Carcasi

3.   SI HA CONSAPEVOLEZZA: questa è la terza via auspicabile dopo un percorso terapeutico. Si prende coscienza del proprio schema mentale, in questo caso di una sindrome abbandonica. Nel momento in cui ne prendi coscienza inizi ad osservare la tua vita, le tue scelte e i tuoi comportamenti alla luce di questo nuovo dato; li comprendi e comprendi anche quando si stanno per attivare, quando condizionano le tue decisioni.

Ho paura dell’abbandono,

l’ANSIA lo sa e, infatti,

non mi abbandona mai.

AntoFirstLady

Abbiamo quindi detto che il primo passo per poter superare la paura abbandonica è quello di riconoscerla , nessun problema si risolve se prima non lo si identifica e lo si conosce bene.

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Spunti di lavoro terapeutico possono essere:

RICONOSCERE DI ESSERE DEGNI DI AMORE: sperimentare l’abbandono in età infantile può portare l’individuo a convincersi di non essere degno di amore, che qualcosa in lui non va e che sia questo qualcosa a non renderlo meritevole di amore. Il bimbo si addossa le colpe per poter continuare ad avere nella sua mente e nel suo cuore figure genitoriali buone. Imparare che invece si è degni di amore incondizionato è il primo passo per curare il bambino interiore abbandonato.

ACCETTARE LE PROPRIE PAURE: le paure possono essere negative. Ma anche positive, fare da campanello di allarme per possibili problemi. Esplorare le proprie paure, le loro cause, ci permette di superarle; ma se ci limitiamo a negarle e ad ignorarle rimarremo sempre loro ostaggi.

IMPARARE A STARE BENE CON SE’ STESSI: nella solitudine si può esplorare il proprio dolore, la propria angoscia, i meccanismi che la attivano e superarla senza distrazioni, per imparare a godere ed apprezzare la nostra stessa compagnia.

IL DISTACCO PUO’ ESSERE POSITIVO ED EVOLUTIVO: le cose accadono per una ragione, e se una relazione finisce è perché è giunto il momento di evolvere, trasformarsi. Il distacco può permetterci di riflettere e poter vedere le cose da un nuovo punto di vista.

MODIFICARE IL PROPRIO DIALOGO INTERIORE: è di vitale importanza imparare a parlarsi adeguatamente per poter avere fiducia in sé stessi. Si deve interrompere il ciclo negativo di svalutazione, ansia, abbandono. Un dialogo interiore costruttivo e positivo permette di prendersi cura di sé stessi.

RAGGIUNGERE L’AUTONOMIA EMOTIVA: una persona con scarsa autonomia emotiva è troppo vulnerabile. Imparare a conoscersi ed essere consapevoli dei propri bisogni e soprattutto assumersi la responsabilità delle proprie emozioni come generate da noi stessi, dai nostri pensieri, dai nostri schemi mentali, ci permette di sviluppare delle nostre risorse personali a cui affidarci per colmare il vuoto.

Non esiste amore

In grado di riempire il vuoto

di una persona

che non ama sé stessa

Vademecum dell’affettività