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KINTSUKUROI: l’arte di curare le ferite di ANIMA

Tempo di lettura 6 Minuti

Il KINTSUKUROI è l’arte giapponese di “riparare con l’oro” le ceramiche frantumate. Quando una ceramica si frantuma in mille pezzi, i maestri restauratori del kintzugi uniscono le linee di rottura con una lacca detta urushi, queste linee di rottura sono lasciate in evidenza, non vengono nascoste, non si fa finta di nulla o si riporta i cocci come prima, anzi queste linee vengono evidenziate con polveri preziose come l’oro e l’argento, facendo sì che vasi rotti e che in altre situazioni sarebbero stati destinati alla spazzatura, diventino delle vere e proprie opere d’arte di cui essere fieri e utilizzate nell’importante cerimonia del tè.

La pratica nasce dall’idea che dall’imperfezione, dalla ferita possa nascere una forma ancora maggiore di perfezione.

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Ciò che è rotto può essere ricomposto e quando lo farai non cercare di nascondere la sua apparente fragilità giacchè si è trasformata ora in una forza manifesta.

Maestro Chojiro (Thomas Navarro)

Questa antichissima forma di arteterapia è un metodo per accettare sé stessi attraverso la pratica di riparare oggetti; ogni oggetto riparato ha un intreccio di linee unico ed irripetibile, creando un’estetica migliore come espressione di una forza interiore migliore, una rinascita dopo la caduta in frantumi.

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“Nonna come si affronta il dolore?Con le mani, tesoro.

Se lo fai con la mente il dolore invece di ammorbidirsi s’indurisce ancora di più.

Con le mani nonna?Si. Le nostre mani sono le antenne della nostra anima.

Se le fai muovere……..inviii segnali di cura nella parte più profonda di te. E la tua anima si rasserena perché le stai dando attenzione. Così non ha più bisogno di inviarti dolore per farsi notare…….

Muovile tesoro mio……..il dolore non passerà ma si trasformerà nel più bel capolavoro. E non farà più male. Perché sarai riuscita a ricavarne l’essenza.

By: Elena Bernabè

Il dolore è l’espressione delle ferite dell’anima, anima che la scienza, la razionalità, l’industrializzazione hanno disconosciuto, nascosto, modificato di nome per renderla meno profonda, meno importante……ma lei c’è sempre e più cerchiamo di seppellirla e più lei ci da dolore. Allora inventiamo strategie e strumenti per alleviare questo dolore, o almeno darci l’impressione di farlo, ma sono palliativi, sono camuffamenti……..come quando hai la muffa in casa, sulle pareti e pensi di risolvere il problema tinteggiandoci sopra.

All’inizio ci dà la sensazione di aver risolto il problema, di aver pulito quella macchia scura, ma in realtà l’abbiamo solo nascosta ai nostri occhi per un po’ e lei in poco tempo riaffiora perché vuole essere vista, vuole essere riconosciuta.

E dopo aver cercato di nascondere il dolore o di renderlo inesistente, come secondo approccio, quando ci rendiamo conto che il primo non funziona, adottiamo la rimuginazione: pensiamo, pensiamo, pensiamo e vaghiamo attraverso tutti questi pensieri alla ricerca di una soluzione che non solo non troviamo, ma ci perdiamo in questo labirinto di pensieri e il dolore spesso si acuisce inesorabilmente.

Diventiamo prigionieri di questo loop, che diventa esso stesso fonte di altro dolore e che alla fine nella nostra mente diventa il problema principale, perdendo di vista o addirittura dimenticando il dolore originale, quello dell’anima……che però non si dimentica di noi.

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Questo succede perché chiediamo a Mente di risolvere un problema di Anima.

 Il dolore è di Anima, è l’anima che si è frantumata, che è caduta in pezzi, sono i pezzi dell’anima che dobbiamo, come i maestri Kintzugi prendere, rimettere insieme e unirli…..ma non guardando poi alle fessure, agli sbeccamenti ,rimuginandoci sopra sul perché, sul per come e su come era bello prima, altrimenti rischiamo di perderci nel loop di quei pensieri.

Dobbiamo piangere le nostre lacrime ed esprimere tutte le nostre emozioni mentre ripariamo i cocci, sentire che le nostre mani come espressione, come antenne dell’anima rimettono insieme tutti i pezzi, sentire sotto le mani questa nuova compattezza, nuova forza e non negarla, anzi ogni crepa, ogni scheggiatura decorarla, renderla preziosa perché è preziosa, in quanto è stata l’anima a ripararla.

Ho letto moltissimi libri e molti articoli su come affrontale il dolore psicologico….. “5 modi di affrontare il dolore”………” gestire le emozioni dolorose”……”tutti i modi per sviluppare la resilienza”…..sempre strumenti della mente che cerca di risolvere un problema di anima, funzionano per un po’ ma poi? Ci portiamo per anni, se non addirittura per tutta la vita l’anima crepata che come un vaso perde di qua e di là condizionando in modo profondo tutta la nostra esistenza e il nostro futuro.

KINTSUKUROI E RESILIENZA

A proposito di resilienza, termine da me poco amato in quanto viene spesso utilizzato come se fosse una skill, un insieme di competenze che uno dovrebbe avere per essere figo e che deve acquisire per poter essere degno di guarire…….una lista di “so farlo, ce l’ho, ok imparo” che per carità aiutano tanto  quanto può aiutare un antidolorifico nel caso del corpo; ma se il corpo è danneggiato l’antidolorifico mica lo cura, bisogna trovare il danno e guarirlo, o dare il tempo al proprio corpo di autoguarirsi sapendo però effettivamente dove è il problema e come prendersene cura.

 Stessa cosa con Anima, dobbiamo prima di tutto capire che è lei a stare male, è lei ad essere a cocci per terra, farle capire che la vediamo. Allora riconosciuta nel suo dolore inizierà a cercare di autoguarire, e con questa consapevolezza e solo in questo momento possiamo usare strumenti che possano aiutare questa guarigione che però da soli, senza sapere che stanno lavorando per Anima e con Anima non servono a nulla.

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Il potere guaritivo delle mani è simbolico, è metaforico, e il simbolismo è esattamente il linguaggio di Anima che non ha bisogno di tante parole, non ha necessità di pensieri e pensieri.

Quanti di noi dopo eventi di vita che hanno creato dolore ad Anima pensano di essere guariti perché Corpo è guarito, perché hanno lavorato con Mente e lei dice loro di essere guariti e sembra così….ma Anima continua a perdere energia dalle sue fessure, dalle sue crepe e ciclicamente cerca di farsi notare, di attirare l’attenzione attraverso momenti di dolore che si mettono a tacere pensando di averli superati e si continua così in un ciclo continuo magari senza mai veramente dare la possibilità ad Anima di guarire.

Ci trasciniamo mai completamente felici, mai completamente soddisfatti, convinti ormai che quella sensazione sia normale e giusta, ci stiamo abituando al dolore invece di imparare attraverso di esso e questo succede perché non capiamo che questo dolore viene da Anima ed è da Anima che dobbiamo partire per guarire.

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Mi chiedono “come stai?” Senza esitare dico “sto bene”. Preferisco tenermi dentro il mio “sto a pezzi”. E’ troppo difficile spiegare il motivo, è quasi inutile quella domanda, e intanto io nascondo il mio dolore dietro ad un sorriso.

Antonia Gravina