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Ingratitudine

Tempo di lettura 7 Minuti

L’ingratitudine in psicologia si identifica come “la sindrome rancorosa del beneficiato”, definizione che io trovo estremamente calzante. Rancore è la parola chiave perché chi ha un beneficio, ma proprio da questo si sente sminuito, inizia a provare rancore verso il benefattore, percepito come dominatore aggressivo, spocchioso narcisista che fa della beneficienza lo strumento per rendere gli altri sottomessi, farli sentire inferiori.

Tutto questo perché il beneficiante è incapace di gratitudine, la sente come un peso, qualcosa che gli brucia dentro e quindi cerca un valido motivo (valido nella sua percezione) per smascherare le vere intenzioni del beneficiante, intenzioni egoistiche e narcisistiche da poter così non dover più essere grato.

Nella mia vita sono stata spesso accusata di essere le peggio cose, inutile fare l’elenco, ma quelle che all’inizio mi hanno più ferite derivavano sempre da un atto di ingratitudine.

Non fare mai del bene se non sei pronto all’ingratitudine

Dovrebbero insegnarla alla facoltà di psicologia ed insegnarti anche a difendertene, perché in realtà nessuno lo fa…..imparerai attraverso le varie badilate nelle gengive….oppure entrerai in burnout!

Questo è un articolo di “stufia” e di sfogo di un terapeuta stanco? Forse un po’, ma non bisogna per forza essere terapeuti per avere quella sottile gioia di essere dei benefattori bastardi e stronzi per il beneficato ti vomita addosso tutta la sua ingratitudine.

Quindi sentitevi tutti liberi di immedesimarvi, tanto so che a molti di voi è capitato.

Mia nonna diceva sempre:

Non esiste saponata per poter lavare l’anima ingrata

“My grandmother”

Espressione meno aulica di Confucio, ma altrettanto vera.

Ma cos’è alla fine l’ingratitudine e chi è o chi puo’ diventare un ingrato?

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Nella mia esperienza personale e terapeutica l’ingratitudine è l’incapacità profonda di sentirsi veramente grato, una sensazione di grazia mista a fortuna che si percepisce e che va oltre il grazie che mamma, papà e le maestre da piccoli ci hanno insegnato ed obbligato a dire anche a denti stretti in ottemperanza di regole di buona educazione. Sentirsi grati vuol dire non dare per scontato prima di tutto. E forse qui casca l’asino!  

Alzi la mano chi alla luce di questa definizione non riconosce in sé un ingrato. E fu così che una intensa e immensa ola iniziò per non terminare mai più.

Si, è vero, tutti noi in alcuni momenti e in alcune situazioni siamo stati, siamo e saremo ingrati. Un esempio su tutti…..

L’ingratitudine più odiosa, e insieme più comune e più antica, è quella dei figli verso i loro genitori

“Marchese di Vauvenargues”

Quante volte con i nostri genitori siamo stati ingrati, pensando che tutto ci fosse dovuto e non preoccupandoci minimamente delle fatiche e dei problemi, ma rispondendo con la tipica frase “guarda che non sono stato io a chiedere di nascere, l’hai voluto tu”! Frase che noi genitori di adesso riceviamo come stilettata al cuore, un tempo non finivi di dirla che già eri colpita in piena faccia dallo zoccolo di legno al grido di “ e allora così come ti ho fatto, così ti distruggo”.

Diciamo che questa ed altre sono manifestazioni di ingratitudine per principianti, in cui spesso dietro c’è la certezza dell’amore altrui.

Poi però ci sono gli ingrati professionisti, quelli che fino a quando sono nei guai sono incredibilmente ossequiosi, ti venerano, ti lodano, sembra veramente che tu sia la loro salvezza……poi, mano a mano che loro emergono, per farlo, devono seppellirti. Per ricostruire la propria forza, sembra che debbano eliminare tutte le prove della loro passata debolezza, compreso te, anzi soprattutto te.

Tu che hai visto la loro fragilità, che hai conosciuto la loro vulnerabilità. E devono distruggerti prima di tutto ai loro stessi occhi, perché non sopportano l’idea di che tu possa essere stato in un momento della loro esistenza così necessario da essere da loro percepito superiore. Devono far sparire da dentro di loro la continua sensazione di inferiorità che provano dentro di loro tutte le volte che ti vedono, e come ogni buon cane pauroso che si rispetti……mordono la mano che li ha nutriti.  

Devo ammettere che da CIOFANE, alle prime roncolate di ingratitudine che ho ricevuto, non avevo una visione così filosofeggiante (alcune volte ancora adesso), mi veniva fuori qualcosa tipo “ma che gran stronzo/a, prima grazie di qua, grazie di là, tu a dare al 100 per cento la tua disponibilità, e poi appena è stato/a meglio subito a dire che trova inutile, a darti buca, o si dimentica”.

Non ero pronta e forse non ero ancora così esperta da capire che loro erano ingrati, ma io cadevo nella trappola delle loro lodi. Altrimenti, perché ci rimanevo così male?

Non sto cercando di propinare la frasetta solita “fai del bene e dimenticatene”, anche perché io stessa ci credo poco, frase fighissima, ma godere del semplice fatto che stai dando senza aspettarsi nulla in cambio….forse il Dalia Lama lo sa fare bene; è normale aspettarsi almeno un minimo di riconoscimento, un grazie sentito e sincero. Non per forza ci si aspetta devozione eterna modello samurai, ma nemmeno passare dal santa a “analfabeta funzionale che pensa di essere superiore a tutti” (espressione non a caso) in due secondi netti.

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Ma allora come mai avviene questo? E come possiamo evitare/difenderci dall’ingratitudine?

Dopo una fregatura a freddo senza vasellina, la nostra prima espressione è Mai più! Col cavolo che mi farò in cento per qualcuno, farò solo il mio lavoro e basta, oppure….sarò una buona vicina e basta, o ancora……parenti serpenti col cavolo che quasi mi indebito per aiutare qualcuno, tutti in galera li faccio finire! In base al ruolo assunto nella fase di ingratitudine.

Ma è veramente giusto? E’ giusto inaridirci per paura di essere colpiti da ingratitudine? E’ giusto cambiare se stessi per evitare di sentirsi un fazzoletto usa e getta? Non so, ma credo proprio di no, ma bisogna assolutamente imparare a capire il meccanismo degli investimenti emotivi; cioè capire su chi investire e chi no.

Imparare a riconoscere gli ingrati prima che si manifestino e non cascarci. Anche se sono persone a cui vogliamo bene, anche se sono persone che conosciamo da anni e che non ci saremmo mai aspettati che lo fossero.

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E allora che si fa?

Si cerca di capire se chi abbiamo di fronte è un ingrato temporaneo, e quindi chiunque di noi può esserlo, oppure un ingrato seriale.

  •  Con l’ingrato temporaneo, coltiviamo la memoria, ricordiamoci quanta gratitudine abbiamo noi accumulato verso di lui, facciamo uno sforzo di memoria e aiutiamo anche l’altro a ricordare per non sprecare sentimenti, tempo ed energia. L’ingratitudine cova anche dentro di noi, non riguarda solo l’altro, l’ingrato in questione, più ci sentiamo “traditi”, più sprofondiamo nella sensazione di abbandono. Prendere le distanze da un atto di ingratitudine, mettendo luce su tutto il resto, evita che la nostra anima cada nel buio dell’intolleranza.
  •   Con l’ingrato cronico, si deve imparare a riconoscerlo prima di infognarsi.

L’ingrato cronico è una persona debole, ha paura di riconoscere il dono ricevuto perché pensa che il solo ammetterlo dia luce alle sue mancanze.

L’ingratitudine è sempre una forma di debolezza. Non ho mai visto uomini eccellenti che fossero ingrati.

“ Johann Wolfgang Goethe”

Altra caratteristica è l’arroganza, la superbia dietro la quale cercano invano di nascondere le proprie colpe. Si aspettano sempre che le aiuti, credono che gli sia dovuto, ma non hanno mai tempo per te soprattutto quando iniziano a stare meglio e non hanno bisogno. Quindi se ci sei cascato una prima volta, al secondo giro prendi le distanze.

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Dai valore a chi ti dedica del tempo, perché ti sta dando qualcosa che non potrà mai recuperare