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CURE EM0TIVE

Tempo di lettura 9 Minuti

Competenze psicologiche ed emotive nelle professioni sanitarie e del benessere.

Definire una base di competenze psicologiche ed emotive nelle professioni sanitare e del benessere è diventata una priorità  che non può essere più ignorata. per questo si parla di CURE EM0TIVE.

La medicina  tradizionale spesso  non presta abbastanza attenzione ai sentimenti dei pazienti e dei loro familiari, che si trovano a dover affrontare  emozioni dolorose come quelle che emergono durante una grave malattia o, in vari gradi, in tutte le situazioni di malessere.

Gli operatori si trovano spesso a dover saper lavorare in contesti di sofferenza con sensibilità ed attenzione. E’  quindi necessario che acquisiscano  competenze di tipo  psicologico e relazionale oltre alle capacità tecniche indispensabili per svolgere le professioni sanitarie e di benessere.

La pratica di un guaritore, di un terapeuta, di un insegnante o di qualsiasi professionista
della relazione di aiuto dovrebbe essere diretta in primo luogo verso se stesso,
perché se colui/colei che cura è infelice, non potrà aiutare molte persone.


Maestro Thich Nhat Hanh

Molto spesso ci si trova di fronte a problemi causati  dall’ inadeguata comunicazione e gestione delle relazioni con pazienti e  familiari da parte dei professionisti sanitari e del benessere. La causa è da attribuirsi al fatto che la formazione accademica prevede una robusta preparazione su tematiche di tipo tecnico-sanitario, ma non prevede ancora una adeguata formazione al difficile e delicato compito di trovare le modalità e le parole giuste per gestire la relazione di cura,  la sofferenza di chi si trova in una condizione  di fragilità, di paura, di malattia e di morte.

È quindi  di fondamentale importanza potenziare  le competenze di cura con l’INTELLIGENZA EMOTIVA e la COMUNICAZIONE ASSERTIVA. Formare gli operatori ariconoscere i loro sentimenti e quelli degli altri, a gestire positivamente le loro emozioni per se stessi e nelle relazioni sociali. L’intelligenza emotiva porta consapevolezza nella relazione e insegna a prestare attenzione a ciò che accade tra l’operatore e il paziente, aiuta a  leggere il  linguaggio del corpo dell’altro in  reazioni a ciò che si dice e si fa nel contesto di cura.

Non può essere più considerata adeguata un’assistenza  che ignora le risposte emotive delle persone anche perché determinati eventi, episodi e comunicazioni suscitano reazioni differenti in funzione dei vissuti di chi li vive.

  Noi nutriamo sentimenti su tutto ciò che facciamo, pensiamo, immaginiamo e ricordiamo.

Daniel Goleman

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Salute ed emozione

Lavorare in contesti di sofferenza fa si che gli operatori si trovino a dover gestire  rapporti con i malati e i loro familiari e farlo con competenza, sensibilità ed attenzione.

E’ dunque importante considerare tra le capacità tecniche indispensabili per svolgere le professioni sanitarie anche le competenze di tipo relazionale orientate alla conoscenza degli aspetti emotivi e psicologici del paziente, aspetti che, se non si sanno gestire, costituiranno un’ennesima fonte di stress per i professionisti, perché si sentiranno inadeguati alle richieste e  non bastano anni di esperienza e buon senso, o un buon grado di sensibilità personale.

Diventa fondamentale  una formazione specifica orientata alla conoscenza degli aspetti legati alle esperienze interiori del paziente, ai dinamismi psichici del malato e della sua famiglia, ai loro meccanismi difensivi, che, altrimenti, rischiano di essere letti come una sorta di atteggiamento ingrato e cinico messo in atto volontariamente.
Tale preparazione consentirebbe di offrire accoglienza al dolore e un supporto adeguato alla sofferenza, all’accettazione della malattia magari cronica o invalidante e alla morte.

Nel mondo del malato e della sua famiglia le emozioni regnano sovrane, la paura è lì ad un passo proprio perché la malattia abbatte in un istante la presunzione di immortalità in cui l’essere umano si crogiola per tutta la vita.Improvvisamente l’immortalità lascia il posto a debolezza, impotenza, timore, dipendenza. 

Ogni interazione con un infermiere, un Oss , un medico o un operatore del benessere, può rappresentare per un malato un’occasione per ricevere informazioni rassicuranti, conforto e sollievo, oppure, se lo scambio è gestito in modo inadeguato, può tradursi in abbandono, svalutazione dei propri bisogni e delle proprie paure, in disperazione.

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Senza CURE EM0TIVE: la disumanizzazione del curante

Una metodologia difensiva molto utilizzata e insegnata definendola “distacco professionale” che spesso riguarda i professionisti della cura è il meccanismo della reificazione, attraverso cui i pazienti, agli occhi del curante, si trasformano in oggetti perdendo così l’essenza umana. Un oggetto è  manipolabile e soprattutto non senziente, quindi  chi lo assiste non ha  la responsabilità di maneggiare oltre al corpo anche i suoi bisogni, le sue emozioni e i suoi desideri.

Il paziente diventa una res, una cosa, verso la quale si può nutrire indifferenza e in casi estremi, ma purtroppo frequenti, si può essere spietati: prendiamo come esempio la comunicazione di diagnosi, magari anche terminali, a pazienti oncologici.

L’operatore così facendo pensa di  preservarsi, non avendo la possibilità, la formazione e gli strumenti per poter sviluppare e coltivare risorse utili e indispensabili al saper stare e tollerare ilcontatto con la sofferenza, il dolore, la malattia e la morte. Attraverso questo meccanismo di difesa l’operatore pensa di essere meno esposto al rischio di burnout, che però rimane altissimo in queste professioni …… ecco l’importanza vitale di prendersi cura di chi si prende cura.

Se al personale sanitario e del benessere non sono assicurate le condizioni e il giusto spazio per dedicarsi all’ascolto del paziente, per approfondire la conoscenza dei suoi sintomi e ciò che emotivamente i sintomi vogliono raccontare, allora non viene messo nelle condizioni ottimali per curare adeguatamente. Si perde la capacità di costruire un’efficace alleanza terapeutica, indispensabile per ottenere la compliance del paziente, che sarà meno motivato ad aderire alle prescrizioni farmacologiche, riabilitative e si toglie agli stessi trattamenti molta della loro efficacia;  se non si aiuta la mente del paziente a mettersi a disposizione della guarigione, nulla sarà mai sufficiente.

Per dare vita al vero senso di CURA è indispensabile prevedere una formazione che coltivi le competenze emotive e relazionali e che dovrebbe riguardare tutti gli operatori sanitari e del benessere in quanto una comune cultura potrebbe essere determinante per un salto qualitativo dell’assistenza.

LA CURA E’

ASSUNZIONE DI RESPONSABILITA’

SIA DEL CURANTE CHE DEL CURATO

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La formazione permanente 

 Il lavoro di cura svolto in contesti di sofferenza è una strada ardua  il cui terreno è ricoperto  di ostacoli e pericoli su cui siamo obbligati a camminare a piedi nudi.
Si hanno quindi  due possibilità:

  1. Modificare la strada.

  2. Cambiare se stessi per poter agevolmente camminare su ogni tipo di strada.


Molti operatori spesso si lamentano delle loro condizioni di lavoro considerando il cambiamento dell’ambiente circostante come l’unica  soluzione possibile e non provano minimamente a cambiare se stessi. Il cambiamento del mondo esterno parte sempre dal un cambiamento del mondo interno ad ogni singola persona, ecco che nasce la necessità di formazione emotiva oltre che tecnica e costante supervisione.

A tal proposito, riguardo la supervisione occorrono alcune indispensabili premesse:

  • Consapevolezza  da parte del personale curante di essere logorati dallo stesso “curare” e ammettere che questo logorio fa male a loro, alla loro professionalità e agli stessi pazienti.
  • Desiderio  di conoscere le cause e i meccanismi del disagio.
  • Accettare il cambiamento.
  • Vedere la supervisione come uno strumento di liberazione personale dal nodo spesso troppo stretto che può crearsi tra pazienti, operatori e colleghi.

Lo strumento della  formazione e della supervisione permette di affrontare un’elaborazione efficace riguardo alla gestione dei sentimenti e delle emozioni, che la malattia e il malessere quotidianamente suscitano, in modo da costruire una preparazione specifica, solida e consapevole e non un semplice sentimento di empatica solidarietà.

 Alcune affermazioni sulla supervisione possono aiutarci a comprendere la funzione di questa strada formativa; la supervisione è:

  • un processo basato sulla relazione professionale che offre la possibilità di riflettere sulla propria pratica attraverso il supporto di un esperto;
  • un iter di apprendimento e sostegno professionale volto a fornire opportunità di crescita, di miglioramento di sé, di sviluppo di conoscenze e competenze, di affinamento osservativo dei propri comportamenti di modo da migliorare gli interventi comunicativi e relazionali;
  • un incontro che permette di condividere tra colleghi i percorsi di cura e la gestione dei vissuti emotivi sia dei professionisti che dei pazienti.

 La supervisione è racconto e tutti i dolori sono sopportabili se trasformati in racconto. 

Le emozioni hanno bisogno della parola come luogo per esprimersi, ogni narrazione è un lavoro di liberazione, una riconciliazione con il proprio vissuto.

La supervisione  offre rifugio al dolore, un dolore che ha  impregnato i corpi e le anime di chi si prende cura del dolore degli altri.

Le sofferenze ci costringono a trasformarci e a cambiare il nostro modo di vivere e sentire,  ecco perché sarebbe così importante che le istituzioni sanitarie riconoscessero l’importanza di dare valore non solo al corpo, ma anche alla mente, riconoscendo finalmente la loro indissolubilità.

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Conoscere se stessi per aiutare gli altri

La chiave per conoscere il terreno emotivo altrui è la consapevolezza emozionale di sé.

 Lavorare al servizio delle persone richiede di essere dei comunicatori capaci di saper trasmettere un messaggio in modo chiaro e semplice e saper ascoltare, che è  radicalmente diverso dal sentire le parole che vengono dette dall’altro. 

Mettere in campo un ascolto attivo vuol dire osservare ed ascoltare non solo il contenuto verbale, ma anche tutto quello che l’altro dice a livello non verbale con la mimica, lo sguardo, il corpo, i gesti, gli atteggiamenti, la voce e persino l’abbigliamento.
Non sempre i due piani sono allineati e coerenti tra loro, il non verbale trasmette il sentimento ed è la parte più vera della comunicazione. 

Le parole spesso vengono utilizzate per mentire soprattutto a se stessi prima che agli altri.

Da molti studi è risultato che i medici che ascoltano poco sono quelli verso i quali viene intentato il maggior numero di cause legali. Coloro invece che ascoltano e che si prendono il tempo per dire ai propri pazienti che cosa devono aspettarsi da una cura, per chiedere la loro opinione, verificare che abbiano capito, sono quelli più amati dai pazienti……ma anche dalle assicurazioni professionali!

Quali sono i benefici nell’apprendere competenze di comunicazione ed intelligenza motiva :

Da parte degli operatori

  • Diminuzione dello stress e prevenzione del burnout.
  • Maggiore soddisfazione professionale e personale.
  • Miglioramento nella relazione con il paziente/cliente.
  • Miglioramento della percezione del clima di lavoro.

Da parte del paziente/cliente

  • Sensazione di essere capito ed accolto.
  • Maggiore comprensione del suo percorso e maggiore compliance.
  • Maggiore fiducia verso gli operatori.
  • Crescita della capacità di generare  risorse interne  per la gestione delle emozioni.

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Proprio in questo momento,

da qualche parte nel mondo,

uno si prende cura di un altro,

che aiuta qualcuno,

che fa del bene a qualcun altro,

che protegge anche te.

Fabrizio Caramagna